Progetto bretella autostradale saviglianese

Si è tornato nelle ultime settimane a parlare di grandi opere per Savigliano, questa volta la bretella per l’autostrada, ovvero dell’ennesimo progetto di devastazione del nostro territorio come è emerso anche dalla riunione degli agricoltori, i cui campi confinano con l’area interessata, svoltasi in Municipio martedì scorso.
I resoconti giornalistici dell’incontro di presentazione, che si era svolto precedentemente, ci raccontano che il presidente della Torino-Savona, Giovanni Quaglia, ha dichiarato che l’impatto dell’opera sul territorio sarà il minore possibile e che grande sarà il vantaggio per l’area di Savigliano e Saluzzo: 100 milioni di € di lavori e 7 minuti di risparmio per gli automobilisti che decidono di utilizzare l’Autostrada.
Noi ci permettiamo di avere parecchi dubbi sulle sue affermazioni: infatti, stando ai nostri calcoli sicuramente approssimati (larghezza media 50 m, lunghezza km 11,1), l’impatto della sola sede stradale sarà superiore ai 55 ettari (a cui occorrerebbe aggiungere il terreno occupato dai 5 svincoli e dalle aree sbancate per la costruzione del fondo stradale). In secondo luogo il vantaggio dei sette minuti sarà limitato ai soli  automobilisti diretti a Torino: infatti per tutti gli altri, diretti ad Asti e Savona, sarà conveniente continuare ad utilizzare l’assurdo svincolo esistente, con le relative perdite di tempi e costi. In altre parole 55 ettari di prezioso terreno della Pianura Padana e 100 milioni di Euro per favorire un ristretto numero di utenti.
Cinquantacinque ettari il cui impatto va valutato tenendo presente che essi costituiscono l’equivalente per soddisfare i bisogni annuali di 25 uomini che vanno moltiplicati per le migliaia e migliaia di generazioni che non potranno  più servirsi di quel fertile terreno agricolo.
Altrettanto preoccupanti ci appaiono gli scenari dei possibili destini dell’opera.
Dovesse infatti reggere il modello di sviluppo che fa ritenere quel progetto volano per il futuro del territorio, la nuova opera non farà altro che incrementare il traffico – con una progressiva perdita del vantaggio dei pochi minuti guadagnati – ma soprattutto  nuove aree diventeranno appetibili per capannoni, centri commerciali e quant’altro. Dal momento che  la nuova opera è al servizio di questo tipo di sviluppo non è infatti pensabile che produca qualcosa di diverso. In altre parole la stessa, identica, logica che ha portato alla realizzazione dell’assurdo svincolo esistente.
È anche del tutto prevedibile che la realizzazione della nuova opera comporti un’accelerazione della scomparsa delle aziende agricole piccole e medie della zona per effetto della richiesta di nuove aree edificabili, degli aumento dei costi di produzione, dello scadimento della qualità delle abitazioni (basta infatti percorrere l’Asti –Piacenza per scorgere i possibili scenari: cascine vuote e monocultura). La scomparsa di questa tipologia d’azienda agricola è, ai nostri occhi, particolarmente grave poiché esse, e non certamente le grandi aziende, potrebbero essere la base per progettare iniziative che recuperino il tradizionale rapporto città-campagna che vede in quest’ultima il serbatoio alimentare della città.
Se invece nei prossimi decenni il modello di sviluppo sin qui perseguito continuerà a permanere nella crisi in cui si trova – e non vediamo come possa essere diversamente se pensiamo che se anche solo indiani e cinesi  assumessero i nostri modelli di consumo ci vorrebbero 6 Terre per accontentarci tutti – allora la decantata bretella rivelerà nella sua inutilità e nel suo spreco di risorse tutta la ristrettezza mentale, l’incapacità di vedere oltre all’equazione sviluppo = crescita del Pil, delle nostre generazioni.
Per concludere vorremmo ancora fare alcune osservazioni le prime relative all’Amministrazione comunale e le altre alla società che vuole costruire l’opera.
Per quanto riguarda l’Amministrazione comunale torniamo, come già fatto martedì scorso nell’incontro pubblico, ad osservare che sarebbe stato più logico discutere dell’utilità dell’opera prima dei particolari progettuali. Inoltre, visto che sostanzialmente nell’incontro pubblico ci è stato risposto in modo molto esauriente di aspettare e stare a vedere (!) come l’Amministrazione intenda muoversi, noi chiediamo esplicitamente quali analisi di fattibilità l’Amministrazione comunale pensa di chiedere alla società proponente, quali alternative e quali scenari si aspetta siano valutati, quali bilanci energetici e di impatto ambientale siano effettuati.
In secondo luogo, poiché da mesi il Sindaco fa dichiarazioni di principio sul fatto che non bisogna più consumare suolo agricolo (vedi ad esempio incontri sul futuro del Piano regolatore), ci chiediamo se si passerà dalle dichiarazioni ai fatti solo dopo che avremo costruito alloggi per altri 4.000 abitanti, moltiplicato per 15 le attuali aree commerciali, costruito la bretella per l’autostrada e la nuova strada per Saluzzo (tutto già previsto dal Piano regolatore vigente)? Se così fosse, allora chiederemmo gentilmente al Sindaco, per una questione di decenza,  di smetterla di dichiararsi convinto sostenitore della necessità di non consumare più suolo agricolo.
Infine, visto che la società Torino-Savona dichiara di voler realizzare l’investimento esclusivamente perché si è resa conto che da quando è aperto il nuovo casello di Veglia l’area saviglianese risulta penalizzata (ma non era prevedibile già in fase di progettazione? Non è che ci saranno altre sviste?)  senza averne alcun vantaggio (il pedaggio non si paga, l’attuale diminuzione del traffico al nuovo casello è compensato, a detta degli stessi tecnici, dall’aumento delle entrate nei caselli adiacenti), ci chiediamo da quando la Società si sia convertita alla beneficenza. In tal caso, perché non investire quei soldi per realizzare qualcosa di più utile che aumentare il traffico automobilistico su una rete viaria già al collasso, incrementare l’inquinamento atmosferico in una delle zone più inquinate d’Europa, aumentare consumi superflui e lo sperpero di risorse. Qualcosa che serva a far crescere i servizi, le energie rinnovabili, le ferrovie locali, l’economia solidale e l’agricoltura biologica. In ultima analisi, la qualità della vita e delle relazioni, la dimensione dell’interiorità, della comprensione e della solidarietà.

Il gruppo locale del movimento “Stop al consumo di territorio – Movimento di opinione per la difesa del diritto al territorio non cementificato”

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