La risposta al consigliere comunale M.Buttieri(22-02-10)

Ci permettiamo di rubare ancora un po’ di spazio al giornale in quanto la lettera del Consigliere comunale Marco Buttieri, che ci ha espressamente chiamato in causa, ci consente di precisare sia alcune nostre posizioni per quanto riguarda il fotovoltaico, sia la prospettiva entro cui vogliamo muoverci.
Il consigliere Buttieri sembra ritenere siano sostanzialmente “il buon senso” e la misura a differenziare le nostre proposte dalle sue, ma forse dimentica che il buon senso a cui si appella non può essere considerato neutro in quanto esso dipende dai nostri orizzonti di riferimento, dalle nostre aspettative, dai valori che vogliamo promuovere, nonché dalle responsabilità, derivanti dalle nostre scelte, di cui intendiamo farci carico.
La nostra prospettiva è dettata dalla risposta ai due problemi che crediamo fondamentali per il nostro futuro. Il primo: si stanno per accomodare al tavolo, a cui finora si sono sedute le sole società occidentali (un miliardo e mezzo di persone), due miliardi e mezzo di uomini (Cina e India) ai quali non sarà possibile dire di no con la sola forza, come è avvenuto e sta ancora avvenendo in altre parti del mondo dove peraltro vivono altri due miliardi e mezzo di persone le quali hanno per noi esattamente gli stessi bisogni e diritti di tutti gli altri; per mantenere l’attuale modello di consumo a voler ammettere anche solo i primi, cosa a nostro modo di vedere immorale, occorrerebbero altre sei Terre.
Il secondo problema: Già adesso la domanda dell’umanità sulle risorse del pianeta supera del 30% la capacità rigenerativa del pianeta stesso e oltre tre terrestri su quattro, vivono in nazioni (e l’Italia è tra esse) che sono debitrici ecologiche (dati del WWF). Tra le risorse che non si possono rigenerare rientra sicuramente anche il suolo agricolo la cui formazione richiede millenni. In Italia la compromissione del suolo avanza alla velocità di oltre 100 Kmq all’anno, 30 ettari al giorno, 200 mq al minuto. Dal 1950 ad oggi, un’area grande quanto il Trentino Alto Adige e la Campania è stata seppellita sotto il cemento. Fenomeno che si è ancora ulteriormente accentuato negli ultimi decenni poiché si è valutato che dal 1990 al 2005 siamo stati capaci di cementificare oltre 3 milioni di ettari, cioè una superficie grande quasi quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme.
Ora quale soluzione ci suggerisce il “nostro buon senso”? Mentre il “buon senso” di Buttieri si preoccupa di salvare la possibilità per un imprenditore di investire in qualsiasi parte del territorio ( “non posso pensare di vietare ad un imprenditore di investire in alcune parti del territorio ed in altre no. ..”) il nostro invece ci suggerisce che occorre far decrescere l’intossicazione consumista, i cibi industriali, la produzione di oggetti usa-e-getta, il traffico automobilistico, lo sviluppo dei beni materiali e di tutto ciò che serve solo a creare profitto per far crescere invece i servizi, le energie verdi, i trasporti pubblici, l’economia solidale, l’agricoltura biologica, la qualità della vita, delle relazioni, la dimensione dell’interiorità, della comprensione, della solidarietà.
Riteniamo che l’uso del suolo sia esemplare sia di ciò che è stato fatto sinora sia di ciò che si potrebbe fare. Infatti sinora lo sviluppo ha coinciso con la sola crescita economica e nelle nostra realtà, e in quella italiana in generale, tale crescita sembra essere inscindibile dalla cementificazione. Viste tali coincidenze la decrescita deve necessariamente iniziare ponendo fine al consumo di suolo agricolo. Occorre anche sottolineare che, mentre per ciò che riguarda altre risorse (come l’aria e il petrolio) è possibile scaricare le nostre responsabilità appellandoci a decisioni indipendenti dalla nostra volontà, è evidente che per quanto riguarda il suolo agricolo saviglianese le nostre responsabilità sono dirette e le nostre scelte decisive.
Per tornare al fotovoltaico ci chiediamo non sarebbe forse un cosa “sensata” prima di destinare altro suolo agricolo ad usi impropri utilizzare per il fotovoltaico le superfici già compromesse (tetti di abitazione, capannoni, stalle, piazze, parcheggi, zone degradate, ecc..)? È stato calcolato che utilizzando la solo superficie già costruita sarebbe possibile produrre il 50% del fabbisogno energetico nazionale!
Per quanto riguarda l’agricoltura riteniamo che il fotovoltaico possa costituire un’opportunità per le aziende agricole per puntare all’autonomia energetica attraverso l’installazione dei pannelli sui tetti o su superfici comunque già non più utilizzabili per la coltivazione. La trasformazione del fotovoltaico in business non serve sicuramente a imboccare una strada diversa, ad affrontare con “buon senso” i due problemi da cui siamo partiti.
A parte il fatto che ci piacerebbe sapere quale “politica del No”, quale provvedimento “troppo conservatore o troppo ambientalista” possa essere incolpata della attuale situazione dell’agricoltura locale riteniamo che il suo futuro debba essere pensato all’interno del quadro mondiale che si sta delineando.
Gli sbalzi degli ultimi anni dei prezzi dei prodotti agricoli rappresentano secondo alcuni “le prime scaramucce della prossima guerra mondiale: quella per il cibo” (Marco Sodano “La Stampa” 29-12-09).
Già nel 2004 l’economista statunitense Lester Brown, considerato uno dei più influenti opinionisti del mondo, prevedeva che: “i prezzi aumenteranno quando la Cina entrerà nel mercato mondiale richiedendo grosse quantità di cereali. La produzione è calata negli ultimi dieci anni per la scarsa distribuzione dell’acqua e la trasformazione dei terreni coltivati in terreni non coltivati”. E’ inoltre da considerare che non sembra sensato produrre energia pulita nei nostri campi aumentando l’inquinamento in quanto diventa necessario importare i prodotti agricoli. La nostra mancata presa di coscienza di questi scenari ci condurrà ad una situazione paradossale in cui ” pagheremo una bolletta del gas forse più contenuta. Ma un’insalata costerà come il pieno di un Suv” (Marco Sodano, “La Stampa” 13-12-2009).
Ora di fronte a tutto questo a noi sembra che un amministratore pubblico che voglia agire con “buon senso” dovrebbe cercare innanzitutto di ricostruire il rapporto città-campagna per far tornare quest’ultima ad essere il serbatoio alimentare della prima, valorizzando in questo modo la funzione economica dalla campagna, ovvero quella di produrre beni primari la cui qualità può essere direttamente verificata e che non implicano sprechi di energia poiché non devono compiere il giro del globo per arrivare sulle tavole dei saviglianesi. Inoltre, a nostro avviso, il lavoro dell’agricoltura deve tendere ad essere “cura e coltura” del territorio in quanto incide in maniera determinante su numerosi aspetti della qualità della vita della città avendo, ad esempio, un ruolo determinante in quanto polmone verde, svolgendo una funzione di corridoio ecologico, a valenza paesistico-ambientale, se fruibile, può essere luogo di attività culturali, sportive e di svago.
D’altra parte sembrano iniziare a muoversi in questa direzione anche alcune iniziative promosse dalle istituzioni volte a promuovere nuovi rapporti economici improntati a nuovi stili di vita. In tal senso, ad esempio, la Regione Piemonte ha recentemente pubblicato dei bandi per il finanziamento dei gruppi d’acquisto solidali e delle micro o piccole imprese agricole che si impegnano a effettuare la consegna a domicilio del consumatore e di quelli associati ai gruppi d’acquisto anche attraverso l’abbonamento spesa, la vendita per corrispondenza e l’e-commerce.
Questo deve essere per noi la prospettiva in cui agire con “buon senso”.

Il gruppo locale del movimento “Stop al consumo di territorio – Movimento di opinione per la difesa del diritto al territorio non cementificato”

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