Terra, cemento, debiti e profitti. Alcune considerazioni in merito alle vicende della Chianoc e dei capannoni fotovoltaici.

Come movimento sorto per la difesa del territorio non ancora cementificato riteniamo che il nostro atteggiamento nei confronti del terreno agricolo, in quanto risorsa indispensabile all’umanità, debba essere rivisto e sottratto alla logica puramente economica che finora lo ha ispirato. Le vicende della Chianoc e l’inizio dell’edificazione dell’area nei pressi della S. Gobain ci danno l’opportunità di fare a questo proposito alcune osservazioni.

L’unico valore che l’ottica economicista riconosce al terreno agricolo o agli spazi pubblici è legata alla loro potenzialità di diventare edificabili, di poter con un semplice atto amministrativo moltiplicare il loro valore. Semplice atto amministrativo che avvia però la perdita del loro reale valore per l’umanità, nel caso del terreno agricolo, per la comunità, nel caso degli spazi pubblici. Alla gravità di ciò nulla toglie il fatto che si voglia utilizzare la ricchezza, magicamente prodotta, a fin di bene, ad esempio per la realizzazione di una nuova casa di riposo.

Sulla vicenda della Chianoc riteniamo innanzitutto che, trattandosi di un patrimonio comune, occorra chiedere conto agli amministratori delle ragioni del debito rispondendo alle perplessità sollevate dall’ex-sindaco e amministratore della stessa, Alfredo Dominici, in un’intervista dell’ottobre scorso. In effetti come è potuto accadere che un bilancio positivo e una situazione patrimoniale florida si siano trasformati in un buco di oltre 3 milioni di euro nel giro di 15 anni? E, inoltre, come mai si è atteso a rendere pubblico il problema quando sembra essere necessario vendere assolutamente tutta l’attuale area occupata dalla casa di riposo? Un buco di tale entità non si scopre all’improvviso! Nonché ci piacerebbe conoscere la fonte e l’attendibilità dei costi che vengono indicati.

Chiarito come sia stato possibile disperdere un patrimonio comune, svolgendo un’attività che invece risulta profittevole per i privati, come dimostrano le richieste già pervenute all’amministrazione comunale per gestire la futura casa di riposo, resta a nostro parere da cercare una soluzione che non scarichi le perdite di bilancio sul terreno da edificare come prospettano le ipotesi di soluzione finora indicate. Tenendo conto che l’ubicazione attuale risulta la più razionale, in quanto vicina al centro e all’Ospedale, con cui costituisce già l’attuale polo sanitario, e che la soluzione di abbattere per edificare ex novo implica un enorme spreco di materiale, il cui costo è vero non sarà pagato dall’amministrazione della nuova casa di riposo (ma dalle generazioni future si!), riteniamo che la soluzione migliore sia il riutilizzo dell’attuale edificio, conservando la destinazione dell’area ad attività socio-sanitarie, nonché il verde esistente che risulta particolarmente utile stante il tipo di utilizzo dell’area. A tal fine si potrebbe ristrutturare una parte dell’attuale edificio per accogliere la nuova casa di riposo e cedere il restante all’Asl che, eventualmente ampliando l’edificio in altezza, potrebbe riconcentrare nella zona gran parte delle sue attività. Se risulta necessario, ancora una volta, scaricare i costi delle cattive amministrazioni sul terreno, allora lo si faccia su un terreno già compromesso cambiando la destinazione d’uso di una parte degli attuali edifici, se di proprietà dell’Asl, ubicati in via Torino e occupati dalla stessa. In tal modo avremo almeno salvato i circa 11.000 m2 di terreno dalla piscina che nelle intenzioni attuali sono destinati all’erigenda casa di riposo.

Infine, vogliamo ancora sottolineare il fatto che la scelta del terreno su cui edificare la nuova struttura stia dimostrando come l’amministrazione comunale, nel progettare il futuro della città, abbia come unica prospettiva quello di rispettare gli interessi degli speculatori, indicando un terreno che sembra avere pochi altri vantaggi oltre a quello di non essere soggetto alle brame di quest’ultimi. D’altra parte una delle possibili conclusioni dell’intera faccenda sembra essere quella di regalare il terreno su cui edificare a una società privata per rendere più appetibile l’investimento.

L’inizio dell’edificazione dell’area adiacente alla S. Gobain è, invece, un ottimo esempio di come la mentalità economicista possa stravolgere le cose.

L’edificazione dell’area prende il via non perché si sia resa necessaria la costruzione di nuovi capannoni, vi siano aziende che ne abbiamo bisogno, ma perché sui tetti degli stessi si vogliono piazzare pannelli fotovoltaici per poter accedere in tempo ai finanziamenti statali. Verrà così reso improduttivo altro terreno agricolo costruendovi gli scheletri di alcuni enormi capannoni dell’altezza standard di 15 metri, il cui utilizzo in questo momento è assolutamente non previsto. Una bella colata di cemento evidentemente inutile, non avendo gli edifici alcun utilizzo, e insensata, poiché, come abbiamo sempre sostenuto, gli spazi su cui collocare il fotovoltaico sono quelli già compromessi, ad esempio i tetti dei tanti capannoni già esistenti.

Quando prenderemo coscienza che l’unico criterio di gestione del territorio non può continuare ad essere quello di creare soldi? La terra, anche all’inizio del terzo millennio, resta l’unica fonte di cibo per l’umanità; i soldi, che evidentemente non nutrono i nostri corpi, visibilmente ingannano le nostre menti.

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