Perché invece di una nuova strada non costruire una nuova logica nell’affrontare i problemi del trasporto?

Siamo venuti a conoscenza, tramite una breve note rinvenuta su Internet, che la Commissione Viabilità sta, come afferma l’assessore Cussa, “alacremente” esaminando i progetti per la nuova provinciale Saluzzo-Savigliano-Marene. Avendo questi progetti una pesante ricaduta per il futuro della nostra città, riteniamo che tale questione non debba essere discussa solo all’interno del palazzo comunale. Augurandoci che presto il dibattito venga allargato ai cittadini e alle associazioni saviglianesi, vogliamo nel frattempo offrire ai componenti della Commissione Viabilità e alla cittadinanza alcuni spunti di riflessione che rappresentano un punto di vista che sicuramente sfugge alle logiche di chi “non vede altra via d’uscita da questo pasticcio che non sia chiedere una dose maggiore della medesima droga: cioè più traffico con mezzi di trasporto”. Punto di vista che nasce dalla constatazione che “qualunque prodotto industriale venga consumato in quantitativi procapite eccedenti una data intensità esercita un monopolio radicale sulla soddisfazione di un bisogno”… poiché …”un’industria non impone un monopolio radicale a tutta la società per la semplice scarsità dei beni che produce o perché elimina dal mercato la concorrenza bensì grazie alla capacità che possiede di creare e plasmare un bisogno che soltanto lei è in grado di soddisfare” (Lo dimostra, ad esempio, il fatto che i veicoli e gli spostamenti al di là del loro reale valore sono diventati uno status symbol). “Dalle limitate informazioni che abbiamo potuto mettere insieme risulta che in ogni parte del mondo, non appena la velocità di certi veicoli ha superato la barriera dei 25 chilometri orari, ha cominciato ad aggravarsi la penuria di tempo legata al traffico. Una volta che l’industria ha raggiunto questa soglia critica di produzione pro capite, il trasporto ha fatto dell’uomo il fantasma che conosciamo: un assente che giorno dopo giorno si sforza di raggiungere una destinazione che gli è inaccessibile con i soli suoi mezzi fisici. Oggi la gente dedica una parte cospicua della propria giornata lavorativa a guadagnarsi il denaro senza il quale non potrebbe neanche recarsi sul lavoro”. “L’americano tipo dedica ogni anno alla propria auto più di 1600 ore: ci sta seduto, in marcia e in sosta; la parcheggia e va a prenderla; si guadagna i soldi occorrenti per l’anticipo sul prezzo d’acquisto e per le rate mensili; lavora per pagare la benzina, i pedaggi dell’autostrada, l’assicurazione, il bollo, le multe. Ogni giorno passa quattro delle sue sedici ore di veglia o per la strada o occupato a mettere insieme i mezzi che l’auto richiede.” “L’americano tipo investe queste 1600 ore per fare circa 12.000 chilometri: cioè appena sette chilometri e mezzo per ogni ora.” “Il passeggero abituale non riesce ad afferrare la follia di un traffico basato in misura preponderante sul trasporto. Le sue percezioni ereditarie dello spazio, del tempo e del ritmo personale sono state deformate dall’industria. Ha perso la capacità di concepire se stesso in un ruolo che non sia quello del passeggero. Drogato dal trasporto, non ha più coscienza dei poteri fisici, psichici e sociali che i piedi di un uomo posseggono. E’ arrivato a prendere per un territorio quel paesaggio sfuggente attraverso il quale viene precipitato. Non è più capace di crearsi un proprio dominio, di dargli la propria impronta e di affermarvi la propria sovranità. Non ha più fiducia nel suo potere di ammettere altri alla propria presenza e di dividere consapevolmente con loro lo spazio. Non sa più affrontare da solo le distanze. Lasciato a se stesso, si sente immobile.”
“Certi aspiranti stregoni travestiti da architetti propongono una speciosa soluzione per uscire dal paradosso della velocità. A sentir loro, l’accelerazione impone iniquità, perdite di tempo e programmazioni d’imperio solo perché la gente non abita ancora nei volumi e nelle orbite più confacenti ai veicoli. Secondo questi architetti futuristi bisognerebbe che alloggi e luoghi di lavoro fossero concentrati in grandi torri autosufficienti, collegate tra loro da rotaie per capsule superveloci. Soleri, Doxiadis, Fuller risolverebbero il problema creato dal trasporto ad alta velocità rovesciando il problema stesso sull’intero habitat umano: anziché chiedersi come preservare per gli uomini la superficie della terra, si domandano come creare le riserve indispensabili per la sopravvivenza umana su una terra che è stata ridisegnata in funzione dei prodotti industriali”. (Se anche da noi le torri autosufficienti sono ancora lontane sicuramente la nuova strada ridisegna in funzione dei prodotti industriali il nostro paesaggio, infatti richiederà la costruzione di tre ponti, il consumo di 15-20 ettari di terreno agricolo, senza contare l’ulteriore consumo legato al materiale inerte necessario per la sua costruzione, con una scarsa incidenza sulla diminuzione di traffico nella zona urbana in quanto riguarderebbe solo i flussi Saluzzo-Fossano).
“Per chi è portato a concepire la mobilità umana in termini di progresso indefinito, non può esistere un tasso di traffico ottimale, ma solo un transitorio consenso su una determinata possibilità tecnica del trasporto.”
Le citazioni riportate sono tratte da “Per una storia di bisogni” di Ivan Illich.

Per scaricare il testo di Illich:
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