La lettera ai giornali sulla raccolta firme di Levaldigi

A proposito delle oltre 300 firme raccolte contrarie alla realizzazione di un impianto fotovoltaico a Levaldigi.

La raccolta di oltre 300 firme di persone contrarie alla realizzazione di un impianto fotovoltaico a Levaldigi, oltre a trovarci concordi con ciò che esse richiedono,   è a nostro avviso un dato che merita alcune riflessioni per ciò che essa rivela dei comportamenti  e della volontà dei cittadini e degli amministratori.
L’adesione dei firmatari dimostra infatti che il dissenso nei confronti del nostro attuale modo di utilizzare il territorio non caratterizza solo i “soliti ambientalisti”,  ma una parte sempre più consistente dei cittadini i quali, se ne hanno occasione, si esprimono contro una logica, predominante anche da noi negli ultimi 30 anni, che vede operatori privati e amministratori pubblici concordi nel considerare il suolo, e l’ambiente in generale, esclusivamente come fonte di guadagno. Logica che finora si è espressa soprattutto nella continua espansione delle aree urbanizzabili  che con un semplice atto amministrativo consente di  moltiplicare il  valore dei terreni. Operazione che da un lato arricchisce alcuni privati e dall’altro consente ai  Comuni, strozzati dal calo dei finanziamenti statali e poi dall´abolizione dell´Ici, di tenere in piedi i bilanci concedendo quante più licenze edilizie possibili per incassare gli oneri di urbanizzazione, ovvero soldi  che dovranno effettivamente essere spesi per le opere di urbanizzazione, ma che nel frattempo possono essere utilizzati per “far finta” di pareggiare i bilanci .
Semplice atto amministrativo che avvia però la perdita del  reale valore del terreno agricolo per l’umanità, dal momento che  perché un suolo urbanizzato ridiventi utilizzabile per l’agricoltura occorrono qualche migliaia di anni,  e per la collettività, dal momento che il paesaggio agrario determina numerosi aspetti della qualità della vita della città avendo, ad esempio, un ruolo determinante in quanto polmone verde, svolgendo una funzione di corridoio ecologico, e, se fruibile, può essere luogo di attività culturali, sportive e di svago.
Anche la diffusione degli impianti fotovoltaici a terra, come abbiamo sottolineato  altre volte,  è mossa dalla stessa logica e dimostra inequivocabilmente che non possiamo affidarci alla sola  tecnologia per risolvere i nostri problemi che richiedono invece un radicale cambiamento di mentalità. La trasformazione del fotovoltaico in business è infatti ciò che fa sì che, come sottolineano anche i promotori della raccolta firme, invece di utilizzare superfici già compromesse, quali tetti di abitazione, capannoni, stalle, piazze, parcheggi, zone degradate, ecc.., vengano utilizzati fertili suoli agricoli.  (È stato calcolato che utilizzando la solo superficie già costruita sarebbe possibile produrre il 50% del fabbisogno energetico nazionale!)
Riteniamo che degli amministratori, che oltre tutto provengono in maggioranza da una militanza politica che è stata spesso critica nei confronti di chi ignorava i bisogni e la volontà dei cittadini, non dovrebbero accontentarsi di assicurare che tutto è a posto e che comunque a loro non è possibile, come concludeva l’assessore Pittavino, “chiedere né di più, né altro”.
Pensiamo infatti che si sarebbe potuto fare molto di più sia sul piano puramente amministrativo che soprattutto sul piano politico-culturale.
Infatti alla delibera che vieta gli impianti superiori ai 200 Kw sui terreni di prima e seconda classe agronomica, che pure non condividiamo perché riteniamo l’intero territorio comunale abbia comunque un suolo agricolo di altissimo valore, avrebbe dovuto essere, come abbiamo più volte richiesto all’amministrazione,  accompagnata da un regolamento comunale che prevedesse la priorità della copertura delle aree aziendali già compromesse e opere di mitigazione degli effetti ambientali ben più consistente della piantumazione perimetrale prevista solitamente nei progetti.
Ma è soprattutto sul piano politico-culturale che quelle trecento firme dovrebbe trovare una risposta.
Ci chiediamo, ad esempio, quanti sono i cittadini saviglianesi che si sono arricchiti grazie al boom edilizio degli ultimi anni, oppure quanti agricoltori lo faranno grazie alle sovvenzioni statali al fotovoltaico? Pensiamo sicuramente molto meno di 329, eppure come mai i loro interessi sono attivamente tutelati dalla nostra amministrazione e quelli degli altri ignorati?
Ma ancor di più ci sembra che quelle firme dovrebbero essere uno stimolo per proporre iniziative volte a trasformare quello che è probabilmente semplicemente un disgusto nei confronti del degrado ambientale del nostro territorio in una coscienza in grado di assumere una nuova mentalità e nuovi comportamenti.
Da questo punto di vista potrebbe essere molto utile un’azione volta a diffondere il consumo dei prodotti della campagna saviglianese tra i cittadini. Infatti, tale iniziativa potrebbe riavvicinare la città alla sua campagna ricreando un rapporto che è sparito solo negli ultimi 40-50 anni, consentire di aprire un discorso sui consumi e sul loro impatto ambientale (trasporti, imballaggi, ecc), creare un rapporto diretto consumatore-produttore (che potrebbe essere occasione per mettere in discussione alcune ferree leggi del nostro sistema economico), nonché, con ogni probabilità, costituire una risposta alla crisi dell’agricoltura locale ma anche alle difficoltà economiche dei cittadini create dal perdurare della crisi generale. In tale senso abbiamo altre volte proposto che il comune si faccia promotore di almeno due iniziative:  favorire l’installazione di numerosi (almeno 5 o 6) distributori di latte fresco e yogurt proveniente dalle aziende saviglianesi, operare per l’apertura di un laboratorio per la lavorazione e di uno  o più spacci di vendita dei prodotti (ortaggi, carni, frutta, uova) riservato ai produttori locali.
Questo potrebbe essere, a nostro avviso, un modo possibile per iniziare a lavorare per produrre un cambiamento di mentalità per cui i nostri obbiettivi non siano più dettati dall’imperativo della massima resa del capitale investito, dal prototipo dell’egoista, dell’individualista e del proprietario ma da un uomo fondato sulla consapevolezza e sulla cooperazione.
Cruciale è infatti riuscire a creare delle occasioni per passare dalla indignazione, a volte rabbiosa, a volte costernata, a volte rassegnata, ad un’azione collettiva di difesa dei beni comuni, dalla terra al paesaggio, all’acqua, e che diffonda comportamenti affidati non alle sole logiche dettate dall’interesse privato e di un sistema che pensa al mondo, e in definitiva anche le nostre vite, esclusivamente sotto l’aspetto economico.

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