ACQUA PUBBLICA. Il referendum balneare di Maroni

Il ministro degli interni della Repubblica di Bunga Bunga ha comunicato ieri che il referendum contro la privatizzazione dell’acqua si terrà il più tardi possibile, ossia domenica 12 giugno. La motivazione è che quel giorno una gran parte delle laboriose popolazioni della Repubblica si troveranno al mare o imbottigliate in coda nei loro grandi Suv e che quindi non potranno raggiungere le urne, facendo così saltare il quorum. L’annuncio costituisce il solito schiaffo in faccia al Presidente della Repubblica che, non consultato, si troverà a firmare un decreto che costerà ai pochi fra i cittadini che pagano le tasse una cifra vicina ai 10 milioni. Tanto si potrebbe risparmiare accorpando il referendum alle consultazioni amministrative, come richiesto dai Comitati promotori. Ma naturalmente si sa che Bunga Bunga è in solide condizioni economiche e quindi quei milioni si possono tranquillamente sprecare (anzi investire) allo scopo nobile di mandare deserte le urne. Del resto, sappiamo bene che il suddetto ministro degli Interni è compagno di partito di un altro brillante esponente della cultura istituzionale della Repubblica di Bunga Bunga, quel Calderoli che ha legato inestricabilmente il proprio volto a quello del porcellum.

Il tentativo di far saltare il quorum del referendum, si sa, ha per scopo quello di difendere il decreto Ronchi nei confronti di qualsiasi tipo di discussione democratica obbligando così, con un fiat dal centro, ogni territorio a spogliarsi senza fiatare dei propri beni comuni, in primis l’acqua, facendo sì che i soliti amici che finanziano le campagne elettorali romane (e non solo) possano lucrare profitti osceni alla faccia del popolo sovrano. Tutto ciò non solo è perfettamente coerente con l’idea di democrazia praticata dalla Lega, ma potrebbe consentire una volta di più di «darla a bere» ai poveri allocchi che sui territori qualche settimana prima del referendum avranno votato per il più potente partito del nord, quello che davvero governa la Repubblica di Bunga Bunga. Si mormora peraltro che la scelta del ministro dell’Interno sia largamente condivisa da diversi brillanti e ambiziosi esponenti del principale partito di finta opposizione della Repubblica di Bunga Bunga i quali, già ricoprendo importanti responsabilità amministrative al nord, fanno a gara con Ronchi nel portarsi avanti nella svendita dei beni comuni, non solo acqua ma anche tram e spazzatura. Ciò costituisce un altro tratto comune fra questi esponenti dell’opposizione, il suddetto ex ministro delle Politiche comunitarie e l’attuale ministro dell’economia e futuro premier della Repubblica, ai quali per onestà e completezza va associato anche l’esponente più prestigioso del partito delle «manette come valore», molto attivo a sua volta nelle piazze di Bunga Bunga. Tutti costoro infatti per mesi si erano improvvisati esperti di diritto comunitario e di diritto costituzionale, straparlandone senza pudore. Poi la Corte Costituzionale li ha invitati ad andare a seguire un corso di diritto europeo. Se lor eccellenze ritenessero di accettare l’invito dovrebbero però fare un po’ in fretta, visto che molto presto l’università non ci sarà più, grazie al trattamento riservatole dalla ministra bresciana di Bunga Bunga, avvocatasi in Calabria. Anzi no, potranno frequentare comunque, per ragioni di puro merito, una scuola di eccellenza o magari basterà il Cepu.

Noi, da parte nostra, l’esame di diritto europeo lo abbiamo passato a pieni voti e umilmente lavoriamo per portare a 25 milioni di votanti il nostro milione e mezzo di firme. In fondo il ministro ci ha regalato un po’ di tempo. Dato il sistema dei media di Bunga Bunga, possiamo utilizzare solo i banchetti per cercare di spiegare al popolo che il 12 giugno si deve andare a votare rinunciando a qualche ora di tintarella. Il banchetto è uno strumento lento ma ci darà l’opportunità di convincere la gente comune a non votare per chi dice di stare con la democrazia e il popolo mentre sta solo con i saccheggiatori e i ladroni per impedire (slealmente) che i territori decidano a casa loro come governare i propri beni comuni.

Ugo Mattei Il manifesto, 5 febbraio 2011

Ripreso da http://www.eddyburg.it/article/articleview/16571/0/285/

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